Meringhe sotto la pioggia Giugno 2015

Ho un motorino rosa. Rosa e bianco. Sembra una vespa, ma non lo è: è plasticaccia cinese del 2005, non vintage, solo kitsch. Puro cattivo gusto. La freccia sinista, dietro, ha avuto un collasso: l’ho trovata penzolante quasi a strisciare per terra e l’ho appiccicata al portapacchi posteriore con del nastro di carta color pelle: è tutta tremolante ma riesce ancora a lampeggiare all’occorrenza. Insomma viaggio su una meringa bicolore con un cerotto sul posteriore e le frecce strabiche. D’estate sembro eccentrica, d’inverno fuori luogo. Ho una piccola collezione di bicicli. Una vespa px 150 color cielo del 1978, comprata e mai usata per paura di cadere. Nel 2001 l’avevo acquistata di ennesima mano. Appena inciampata nell’annuncio sul giornale, ho compreso chiaramente che la vespa dovesse simboleggiare proprio quell’andare lenti e a contatto con il mondo che ogni giorno mi prescrivevo: una indispensabile profilassi naturale si era affacciata nella mia esistenza attraverso un annuncio semplice, imperdibile quanto profetico. Un’ora dopo ero in autobus: raggiunto il paese di provincia oltre la collina Torinese, avevo ritirato la mia cura a motore per portarla a casa direttamente in sella, scollinando. Io ho imparato ad andare in bicicletta a vent’anni. Tuttora traballo. Le due ruote non mi mettono a mio agio. Il cambio marce a mano, i duecento chili di lamiera bombata con motore a sinistra, la collina con le sue parabole e i suoi declini: non di può dire che tutto questo mi abbia agevolata, quel giorno, con la vespa. Sono caduta tre volte da ferma e sono arrivata in città con tremarella e lacrime di puro sgomento secche e appiccicate alle ciglia. Il giorno dopo, ancora scossa dal viaggio, ho consegnato le chiavi del mio salvifico ciclofarmaco ad un amico, per un prestito a tempo indeterminato, per errore dispensato da libretto: “Già, che sbadata… te lo porto domani”, alla segnalazione della mia smemoratezza. Il giorno dopo l’ho scordato, e l’ho scordato anche il giorno dopo ancora. È passata una settimana, poi un mese, poi un anno e forse il mio amico non ha più avuto il coraggio di chiedermi il libretto del veicolo, nè io di portatglielo superando l’imbarazzo per la mia interminabile neglienza. Oggi il PX è ancora intestato a me, so che il mio amico non l’ha mai potuto mettere su strada ma è ancora prestato a lui e io ancora pago il bollo. Il libretto? Credo sia andato perso in uno dei miei undici trslochi.
Lo scorso anno è tornata una violenta quanto fulminea voglia di serpeggiare per il centro con il casco in testa: voglia di px, ma farmi sentire inaspettatamente al telefono dal mancato centauro privato di libretto, per poi palesare il fine prosaico di riprendermi il mezzo inutilizzato, mi è sembrato scomodamente imbarazzante. Quindi ho scelto la via breve: staccare  un assegno laconico e comprare un motorino nuovo in dieci minuti, nel negozio sotto casa. Dopo una settimana, ho pensato anche che il nuovo cinquantino non potesse essere abbastanza elettrizzante, così ho comprato anche una moto 250 e poi, non contenta (e non so con quale logicissima motivazione), ho anche chiesto un bel prestito ad una finanziaria di strozzini per acquistare una terza moto, stavolta un rombante 860 dalla linea vintage (non in plastica, stavolta). Non posso guidarne nessuna, delle mie moto: non ho la patente.
Qualche mese fa mi sono accorta di essere in possesso di quattro motocilette, di cui solo il cinquantino utilizzabile. Pago l’affitto di un garage per tenerle, il bollo per tutte e quattro, (di cui una dispersa da anni) e l’assicurazione per tre. Le mie motociclette sono tutte approdate nella mia vita portate da una delle mie cicliche maree ipomaniacali.
Sono in vendita, ormeggiate sul litorale del mio attuale momento di avvallamento umorale e salperanno sicuramente verso nuovi orizzonti non appena qualcuno mi darà qualche euro per averle. O le presterò.
La meringa, però, resta. Riesce a tingere di rosa il mio grigiore, anche adesso che sto franando giù dalle cuspidi della scorsa stagione.

Ho appena preso pioggia, in motorino. Non ne avevo mai presa così tanta.

Da stamttina mi spalmo per la casa cercando di decidere se ce la faccio o no, oggi, a vivere. Mi faccio un caffè? No, non ho abbastanza volontà per prendere la moka, aprirla, pulirla, aspettare il borbottio del liquido che emerge. Lavo i capelli? No, mi sento troppo sporca dentro per alzarmi dal letto e lavarmi fuori. Accendo il computer. Click. No, prima di aprire i file di lavoro carico la lavastoviglie dei piatti di ieri. Ristagnano nel lavandino. Un ingorgo di ieri e oggi che mi blocca. Lavo i piatti per delimitare i giorni e iniziare un oggi. Poi  lavoro. Scrivo? O forse faccio un po’ di contabilità?No. Non ho parole e non ho numeri, oggi e non c’è un piano d’appoggio a cui consegnare i piatti di ieri. Liberare il lavandino per dare alloggio alle ore attuali. Non ho appoggio, non ho superficie, non ho azioni, nè movimenti, solo pensieri, mille perline rimbalzanti di collane senza il filo.
Da un anno e mezzo vivo così.
Lotto per inifilare la prima ora, il monile di un giorno nuovo, fino a quando mi rendo conto che è pomeriggio inoltrato. Allora mi arrendo: mi sento muffa. Preparo lo zaino per la merenda come ai bambini, merenda, la mia, che non ha cibo, è una scorpacciata “alla meringa”, allegorica, sempre la stessa, che, lo so, non mi fa bene e non devo più fare, ma è l’unica azione che riesco ancora ad agire, dopo averla pensata: prendere il mio motorino rosa, anche se piove, inzupparmi di “non devo” e andare nell’unico posto che mi porta pace nell’animo.
Dieci minuti dopo sto assicurando svelta il motorino al solito palo di fronte all’ospedale, per poi girare l’angolo e imboccare a piedi il vialetto alberato e poi farmi gradino dietro al solitario cancello in ferro che delimita il parco pubblico. Ci sarebbe in effetti un tetto, a coprire l’ingresso dell’ospedale ma l’acquazzone non è abbastanza risoluto per farmi sostare là, alla portata di tutti, al varco asciutto dell’andirivieni.
Attendo, invece, come sempre, intima e immobile, a gradino nel vialetto, come lastra bagnata sotto lo scroscio, eclissata tra ferro e cespugli. Luciano sa dove trovarmi. Controllo l’orologio: se lui tarda dieci minuti, il mio impietrimento fradicio tra gli alberi potrebbe farsi grottesco in un baleno, per il pubblico. Alle quattro e un quarto, a pochi metri da me, fioriranno gradualmente coppie di scarpe sull’asfalto, esitanti baricentri in girotondi di gocce tamburellanti, tacchi instabili serenamente spalleggiati da ombrelli tesi di donne della mia età, in attesa anche loro, ma non nascoste dietro ad un palo di ferro, come me. Poi, alle quattro e mezza, una campanella a preludo di un vortice di schiamazzi i e il mio luogo di pietra sarà meta di decine di bambini tra i sei e i dieci anni, appena usciti da scuola, con mamme al seguito. Fortunatamente Luciano stacca alle quattro ed è quasi sempre puntuale. Esce dall’ospedale e inizia il  suo giro di pazienti privati domiciliari, fino a sera. Io mi splamo nella sua macchina e solo lì, nomade, parcheggiata, corazzata, trovo il coraggio di aprire il computer e lavorare in pace.

E quindi adesso sono, come ogni giorno, nella macchina: ho i pantaloni appiccicati alle cosce, le scarpe sfilate a testa in giù, sul tappetino di moquette finalmente esonerate dall’acqua. Scrivo… quieta. Al sicuro. Ogni dieci minuti accendo il motore e allungo i piedi di fianco al volante, per rubare l’aria calda dai bocchettoni del riscaldamento e indirizzrla tra i polpacci e i pantaloni fradici.
Un phon che secchi un po’ i miei pensieri di muffa.
Sono felice. Forse fema, più che felice, che poi per me sono sinonimi. Giudiziosamente ferma. L’unica ansia è che non possa durare, questa tregua demarcata. Come si può pretendere di condurre una vita intera dentro un’auto appannata di pioggia? Bisogna vivere, partecipare, interagire, produrre servizi, vendere prodotti. Eppure la mia salute la trovo qui, ogni giorno, in placida attesa, come un cane fidato che aspetta il padrone. Accucciata, la mia intelligenza riesce ad essere designata. Scrivo, conto, produco, realizzo, ritrovo numeri e parole, sono abbastanza piena e abbastanza vuota. Sono felice e intera e, soprattutto, sana.
Da un anno e mezzo vivo così.
Accucciata.

Leave a Reply

Your email address will not be published.