Laboratorio di scrittura per depressi n.2: se fossi una panchina. Terza puntata del post “ Parole in Corso tra i Billy dell’Ikea: Laboratorio di scrittura per depressi”

Traccia data:

Estate…Voglia di partire, andare, fare…
Immagina di essere quella panchina della stazione che tutti i giorni vede, conosce, incontra gente nuova e totalmente diversa…
Descrivi ciò che vedi e senti.

…Caldissimo, stazione piccolissima, io in fondo al binario. Ma a cosa servirà mai una panchina così lontana…
Qualche volta ci arriva un’anima assente, sfatta e solitaria protetta da una barriera di barba incolta e inaccessibilmente alcoolica. Qualche volta, ci si siede un giovane girovago, quando ha talmente tante ora da aspettare, che preferisce fuggire dal via-vai della stazione e aspettare il suo intercity qui, un po’ defilato, magari concedendosi un sonnellino prono al limite coadiuvato dallo  zaino-cuscino. Ci sono giorni in cui incontro perfino imprenditori e medici. In genere restano a metà binario, loro, molto lontano da dove mi trovo io. Stanno anche venti minuti in piedi  ad attendere il rapido ai bordi della linea gialla, con la valigetta in equilibrio tra le scarpe english, una mano a conchiglia sull’orecchio a protezione di un sottile dispositivo con cui si connettono intraglobo e l’altra mano che disegna allegre geometrie d’aria con il biglietto ferroviario. Sono pronti per salire in tutta fretta sulla carrozza prima classe prenotata (il biglietto lo testimonia). Raramente anche i viaggiatori più efficienti e organizzati, fanno lo sforzo di spostarsi di un mezzo chilometro di binario, per poter allungare i piedi su di me soprattutto se hanno comprato il pranzo al sacco dal Mc.Donald’s della stazione: sarebbe imbarazzante alzare a mezz’aria scarpe english addentando un panino di gomma che perde ketchup proprio nel mezzo della stazione ferroviaria.
A parte questi sporadici casi, io, di solito, la gente la vedo da lontano. Arrivi partenze lacrime sorrisi convenevoli….
Più che altro mi passano davanti un sacco di treni lenti, ad inizio o fine corsa,  tanto prudentemente lenti che posso vedere le facce di quelli che stanno dentro, attraverso i finestrini.
E meno male.
Perchè se due persone si sedessero qui su di me per chiacchierare, io mi emozionerei troppo, saprei troppo, condividerei troppo e vorrei che non si alzassero mai più. Invece, di tutte quelle facce che vedo incorniciate sui vagoni, che scorrono ad intermittenza davanti a me come filmati in fase di montaggio su una moviola, io riesco a cogliere le espressioni e immaginare le vite, ma l’emozione dura pochissimo: in un mezzo secondo, altro volto, altro finestrino.
Io sono una panchina che le persone le assaggia dai vetri e le capisce, perchè ne ha viste milioni, sono una panchina su cui si siede una persona per volta e in silenzio.
Nessuna collega ambisce a questo posto e nessuna protesta: da qui, dove mi hanno messa, ben oltre la banchina ferroviaria, io mi arruginisco tra sole e pioggia e il tempo ha una scansione tutta sua tutto è sempre “di sfuggita”. Ma io ci sto bene. Sono fatta per stare in fondo al binario, tanto, con la coda dell’occhio, la gente con i cappelli di paglia, le parole crociate e le voglia di vacanza, posso vederla anche da qua e poi, dopo poch istanti, quando è troppo, quando la vitalità di chi sta in centro binario mi manda in apnea e mi confonde, posso girare la testa e guardare i finestrini dei treni in pace.

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