Biciclette di mare. Agosto 2012

Se guardo in alto: tante punte verdi e sfondo blu. Se guardo intorno: tronchi appiccicosi, se invece guardo in basso, penso che dovrei proprio fare attenzione a camminare su un tappeto di foglie appuntite con le infradito.
I cicalii sono assordanti, ma danno un piacevole senso di comunità: immagino milioni di animaletti alati e leggerissimi che cooperano ad una perfetta pianificazione della vita sugli ulivi, tanto da far cantare l’intera Puglia.
Mi sento un po’ cicala anche io.
Alle mie spalle il muro bianco della vecchia casa del mare di Luca.
Immerso tra gli alberi, quel muro di pietra spessa e fresca è la faccia estroversa di una casa genuinamente bianca ed è quanto di più famigliare e ospitale si possa desiderare.
Appoggiate al muro interno che delimita il cortile, le due biciclette che ogni inverno si acciaccano un po’ nella solitudine. Luca, ogni anno, appena arriva nella casa del mare, posa le sue valige, saluta le cicale e subito prende a braccetto le vecchie bici per portarle dal ciclista del paese che in due giorni le rimette in sesto. Eccole appena tornate, entrambe più in forma rispetto al giorno nostro primo incontro, pronte per reggere un mese di gite tra ulivi e spiagge con Luca e i suoi ospiti.
Io non sarò tra questi: sono due giorni che sono qui e già mi trovo a mio agio solo con grilli e cicale. Ci sono altri ospiti della casa, come me, invitati da Luca: “Persone carinissime, ci divertiremo”. Sicuro, ma quando hai l’umore in altena, è difficile condividere il fervore vacanziero di cinque sconosiuti e sentire il cuore a riposo.
Insomma il mio mese non sarà un mese. Forse arrivo al week-end. Grazie alle cicale.

Mi sono appena defilata  dalle chiacchiere postpradniali, cercando di non essere notata e passeggio sotto gli alberi con pensieri vorticosi.

Mannaggia quante sono ‘ste cicale…come faccio ad ascoltarle tutte? Troppi suoni, troppi suoni….chissà se nel linguaggio cicalese c’è una grammatica…soggetti, verbi e complementi? Anche le cicale imparano a parlare con il sistema imitativo? Anche loro si staranno proprio adesso lamentando del declino della qualità dell’offerta culturale musicale milanese, come i miei compagni di vacanza? Mi mangerei una baguette, ma no…mica sto facendo le vacanze in Costa Azzurra…mangerei una focaccia alle olive, come da bambina, in Liguria… ah, quanto mi manca la casa della Liguria…la nonna… chissà se le cicale invecchiando cantano meno, ma…quanto vive in media una cicala? Devo cercare in Internet. Che ingnorante. Ci sono tante cosa da sapere. Come farò a studiare tutto? Non posso mica restare ignorante, se no col cavolo che riuscirò mai a trovarmi a mio agio nel post pranzo con nuovi compagni di vacanza intelligente. Sicuramente, se fossi più colta, mi sentirei sempre al posto giusto: domani compro un’ enciclopedia sugli animali. Sfrutterò le ore in spiaggia per sanare questo buco formativo su fauna e flora che mi porto dietro dal liceo…troppi suoni, troppi suoni, troppi pensieri troppi pensieri…oddio e se mi perdo tra gli ulivi? Oddio…e se i miei pensieri perdono logica? Esiste un navigatore per smartphone per seguire un filo logico di pensiero? Il mio smartphone prende in questo diavolo di posto isolatissimo?

D’istinto mi volto di scatto e guardo indietro, per essere sicura di vedere ancora frammenti di pietra bianca tra il tronchi e fogliame…ah, sono vicina, altro che frammemti: vedo l’intero muro della casa…mi sembrava di essermi allontanata chilometri, invece ho praticamente camminato sul posto.
Meglio. Pare che stavolta non mi perderò. Il muro c’è, il cancello c’è, le bici pure.
Povere biciclette. Sono vecchie

…come la nonna in Liguria. Che nostalgia…
Le guardo, ampaticamente appoggiate una all’altra con fare solidale.

Mia nonna non ce l’ha un’altra nonna che la abbraccia nel tentativo di ripararsi insieme dal sole tenendosi aggrappate al muretto per non scivolare.
La nonna è piena di rughe. i corpo si consumano, muoiono, si decompongono mentre ancora siamo in vita.

I pensieri si accavallano, velocissimi… Mi guardo le mani: sono rugose, sempre più rugose, diventano verdi e le rughe diventano squame, sono due lucertolone giganti.
No, forse sono camaleonti…ho così bisogno di scomparire che sto diventando un camaleonte verde in grado di mimettizzarsi tra gli ulivi della Puglia fino a fine vacanza.
I miei bimbi sarebbero estasiati, sto diventando un supereroe, il cattivo di Spiderman3, ma io so che le mie mani si stanno decomponendo, c’è poco da ridere, sto andando in putrefazione in un uliveto senza navigatore…Il corpo si disfa, prima o poi succede a tutti, a me il processo inizia oggi, è ora di sdraiarsi per terra.

Mi sdraio.

No, devo cambiare prospettiva, meglio tornare verticale, meglio fissare qualcosa che conosco, piuttosto che il cielo in sfondo e rami di ulivi in primo piano, mentre mi decompongo. Divernterò certamente terra tra poco, ma sdraiasi qui potrebbe accelerare il processo, sarebbe stupido.

Mi rialzo. Fisso un punto in linea con lo sguardo, verso la casa, decisa a trovare un aggancio al reale per poter tornare dentro casa, per dire a Luca che sto male e chiedergli di prenotarmi un treno per la sera stessa, diretto a Torino.
Il punto c’è. le biciclette. Vedo le biciclette. Non sono ancora completamente pazza o camaleonte,

no, intendvo dire ramarro…era un ramarro che pensavo di diventare poco fa? O un camaleonte? Oh no, era una cicala. Voglio morire. Come si può morire in mezzo alle cicale in provincia di Lecce? Non c’è un burrone, una pistola un fungo velenoso? Devo morire adesso, non ce la faccio più, datemi dei farmaci che i ingozzo e tutto si fermerà. È l’unica soluzione. Mi spiace per chi resta, ma io non posso più resistere per non far soffrire chi resta. Io ho bisogno di pace. La pace della fine.

Le mie medicine le ha Luca. Non lo conosco molto bene, fa parte di quelle amicizie supportate da incroci lavorativi ben riusciti. Prima di venire in Puglia, su suo invito, gli ho chiesto di tenere le mie medicine e di darmene due al mattino, una alla sera, (dosi e nomi scritti su un foglietto preparato apposta per lui prima della partenza).
Gli ho fatto giurare che non mi  avrebbe assolutamente dato i blister  interi con i farmaci neanche sotto tortura, neanche se avessi provato a convincerlo con il buonsenso. Sapevo e so ancora oggi, che sono costantemente a rischio di ingurgitarli tutti insieme. E la mia parte sana non vuole che succeda.
Silvia: torna a guardare le biciclette, concentrati sulle biciclette e non mollare il pensiero da quelle due tue vecchie amiche e poi  torna verso il muro bianco della casa.

Riemenrgo.

Povere biciclette: appena rinate dopo un inverno piovoso e già comincia la loro lotta contro la calura estiva. Gomme che si seccano, ferraglia mai lubrificata. Quelle ruote al sole di mezzogiorno sembrano già rattrappirsi un po’, mute e sorde implorano una tettoia, mentre i miei colleghi bevono allegramente caffè all’ombra del patio, magari già pregustandosi le prossime pedalate lontani da traffico e problemi di parcheggio grazie ai due affidabili bicibcli: un’ingiustizia.
Si andrà in spiaggia in bici e loro resteranno legate per ore a qualche palo mentre noi ci tufferemo nell’acqua fresca di una trasparenza rigenerante del Mare Adriatico.

Nasce la tentazione di spostarle all’ombra, “le due”, ma essere empatica verso due aggeggi di gomma e ferro mi sembra di un cretino eccessivo, anche se mi hanno appena salvata. Così mi trattengo con sadismo. Contengo l’empatia verso la ferraglia e contengo i 150.000 pensieri al giorno che so di dover monitorare per poter stare meglio (questo è quello che dovrei fare secondo il parere di medici, infermieri amici, parenti e simpatizzanti).

Al diavolo le biciclette: sono solo un punto nello spazio da raggiungere, per schiodarsi da qui.
Per convincermi che le biciclette sono in effetti solo e semplicemente veicoli della categoria velocipedi, ideali strumenti per l’attività ludico-sportiva delle persone, le osservo.
Osservo il sellino che spunta rispetto al manubrio, troppo alto per me e faccio un passo;
osservo gli ingranaggi e la catena, splendidi esempi di biomeccanica al servizio dell’uomo, un’altro passo;
le ruote rotonde,simmetriche come due guanciotte con tutti quei raggi che trasmettono leggerezza.
Strano, sono quelle bacchettine sottili a tenere sù tutto l’ambaradan, esili ma responsabili. Due ruote e un telaio che permettono tante cose: c’è chi ne fa una sfida, chi ci porta i bimbi, chi si sposta in campagna, chi supera le auto in coda e arriva prima al lavoro.
E quella accennata compostezza di poche aste in due guanciotte raggianti che si adattano alle richieste di ogni bipede, ti fa sentire che non sei appolllaiato su un trampolo che ti trasporta, ma sei tu, improvvisamente libero, che vai un po’ più lontano e un po’ più veloce di come potresti e la tua pedalata è un po’ più rapida del tu desiderio di arrivare, perchè, istintivamente, sincronizzi la spinta dei piedi con il ritmo dei pensieri che avresti camminando. Con un venticello che accompagna il panoramma che ti viene incontro, il tuo, è un volo a mezz’aria verso la meta o verso il semplice andare. Basta davvero essere rotondi e avere raggi sottili e scintillanti come un sole, per cogliere ogni dettaglio del mondo volando a bassa quota.

Il cellulare, qui, prende. E anche il navigatore. E il sito delle ferrovie dice che il mio Intercity partirà alle 20:20. Domani sarò a casa!

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